Carrucole

Un foglio di carta è tutto quello che ci vuole.

Sapete ho sempre avuto il terrore delle carrucole, i giochi che di solito si fanno nei parchi avventura. Ho paura di sollevare i piedi da terra, mi terrorizza.

Persino al mare, sebbene sappia nuotare, odio non avere la possibilità di “toccare”.

Il primo psicologo della “scuola della vita” potrebbe pensare che si tratti di paura di perdere il controllo e di lasciarsi andare.

Chi dice questo, evidentemente, non mi conosce.

Non credo che il coraggio risieda in questo: non fare una carrucula non mi rende più o meno coraggiosa.

Ho dato prova del mio valore in più occasioni: vivo in questa città, ne ho già cambiate tre e mi adatto, mi trasformo; di tutte queste situazioni in molti avrebbero terrore.

Allora perchè non faccio quella dannata carrucola ai parchi?

La verità è che non mi dà sapore.

Vorrei dare una spiegazione più poetica, ma non la ho.

Buttarmi da un dirupo legata a delle corde non mi dà le emozioni che voglio.

Io ho bisogno di felicità al sapore di dolore, di quelli tosti.

Sono il cliché dello Sturm und Drang: se mi ami devi dirmelo con il mare in tempesta e lì mi butto senza toccare il fondo.

Scorre

Da mesi sapevo che questo giorno sarebbe arrivato.

Il tempo, chiedevo solo questo, tempo per me, per capire.

Chissà cosa ci sarà mai da capire?

E’ semplicemente vita che fila dritta avanti e la mia paura più grande:

correre sempre e perdermi.

Poi? Gli impegni?

No, piuttosto il mondo che ha riaperto gabbie.

L’idea che fuori si stia meglio.

Fare tutto, tutto quello che per mesi è rimasto sospeso, si è corso ancora.

Eh io ho perso, di nuovo, quello che avevo appena ritrovato.

Pensiero

La sensazione di essere prosciugati.

Eccola lì, hai dato tutto, hanno aperto le mura e te, come sempre ti sei scapicollata.

Affamata di mondo, non hai mantenuto le tue promesse.

Ora che siamo di nuovo ai saluti, il mondo scoperto non ti sembra ancora abbastanza.

Credi quasi che il tempo sia scivolato, come sotto una doccia fredda, quando passi la mano sui capelli.

Lui corre inesorabile e te che temi dis tare per soffocare.

Non ci stai al suo passo, sei fuori allenamento, lui corre più veloce.

Perciò ricompaiono le vecchie abitudini: il vino, il cibo forse sbagliato, il compatimento e le inquietudini a cui sei solita.

Lui continua nella sua corsa.

Forse è solo il caso di lasciar correre…

Pausa

Mi sono presa una pausa, come tanti, un po’ come tutti.

P cercato di riscoprire una certa normalità.

Sono tornata a casa dalla mia famiglia, i miei amici.

Sono pronta per nuove fasi, non ancora per nuovi saluti.

Avevo bisogno di energia plus formato tascabile, qualche foto da stampare

notte

La notte ero inquieta, l’ho passata a conteggiare le passate di colore in quella casa in affitto in zona Careggi.

Domani sarebbe stato il grande giorno, il piano della nonna era già in azione nella mia testa.

Ho preso un giorno di ferie dalla galleria.

MI sembra di annegare in un mondo che non è neanche il mio per una cosa che neanche volevo.

domenica al parco

foglie che ballano verso il cielo.

il verde chiaro che chiede a quello scuro: “mi concedi questo tango?”

il vento a tempo di musica

passa fra i capelli.

Piedi nudi sull’erba.

Connessione.

Raggi di sole penetrano tra gli alberi,

vogliono partecipare anche loro.

Cicale come violini.

Battono il tempo.

Città deserte.

Mi sono comprata un pantalone rosa,

l’ho messo oggi.

Sapevo che sarei sbucata fuori come gnomi da giardino.

“Mettiamo di là, a un metro da quelle ragazze!”

“Quali?”

“vicino a quella con i pantolincini rosa!”

8 luglio

Pochi minuti ed entrerò nel mio giorno speciale. Di solito, da un giorno diventa una settimana, ma di festeggiare non se ne ha mai abbastanza.

Sono nata alle 4.30 di mercoledì. Ho svegliato tutto l’ospedale. Piangevo. La vita era già stata ingiusta oppure ero semplicemente sfortunata. Un’infermiera del turno di notte non aveva fatto il buco alla tettarella del biberon.

Non usciva nulla. Piangevo.

“avrà una colica!”

A pancia in giù!

Pianti e ancora pianti.

Un prodotto del demonio.

“se è così la prima notte, figurarsi poi…”

Il poi, dopo 28 anni, è semplice: so semplicemente nata con la sfiga.

Volevo

Da piccola volevo fare il mestiere dello scrivere…

Ho preso la varicella prima della gita e al mio posto è andato mio fratello.

Volevo fare il mestiere dello scrivere…

Mi è venuto il ciclo che neanche avevo finito le elementari.

Volevo fare il mestiere dello scrivere….

La suina, gente di mare e te con un pizza in camera.

Volevo fare il mestiere dello scrivere…

Alla terza gastrite, ho capito di essere troppo fragile.

Plexiglas

La verità è che parti per scalare le montagne..e poi ti fermi al primo ristorante”.
Dice quel grandissimo di Brunori sas.
In effetti, è quello che è stato oggi
“ragà pronti alle 9 e mezza massimo”
Reale partenza ore 11.00
Scorte de cibo e birra.
Il diluvio universale.
Barriere in plexiglas, che ancora non sai se se scrive realmente così oppure è pura fantascienza.
Tavolo di fronte un bambino de circa 2 anni, la mia età cerebrale.
S’è coperto gli occhi con le mani nella nostra direzione e poi, di colpo, buh! Eccolo qua!
Eh, nulla, non c’è plexiglas che tenga, a buh buh settete ce devi jocà.
Impariamo un po’ di più da questi piccoli geni, che un limite, il più delle volte, è nelle teste.