Donne, dududu

Cosa vuol dire essere una donna oggi? Non lo so, o meglio, come faccio a definirmi donna?

Ho 27 anni e ancora dubito che sia la mia reale età. Non lo so.

Vivo con altre due ragazze, estremamente diverse tra loro, eppure…

Eppure siamo tre giovani donne.

Siamo donne solo perché abbiamo il ciclo? Oddio, no, chi il ciclo non lo ha più, non è più donna?

Magari non sto guardando le donne giuste, magari non mi sento ancora donna con “D” maiuscola.

Ma, come te ne accorgi che non sei più la ragazzina stupida di 18 anni? Possibile che sia solo una distinzione fisica di quello che ho o non ho tra le gambe?

Ok, riavvolgo.

“Ragazzeeee?? Cosa vuol dire essere donna?”

M: ” Corredo cromosomico e caratteri sessuali primari e secondari”.

N:” Assenza cromosoma y”

M:” Tu prendi più corredo cromosomico da tua madre, per DNA mitocondriale. Ah, sai il cromosoma y porta meno informazioni”.

“Quello che ho in ogni mia cellula è più uguale a mia madre, ok”.

N:” Anche tuo fratello”.

Se penso a una donna, però, penso più a mia madre, che a me. Non so perché.

Forse è una derivazione giornalistica: “Morto ragazzo di 37 anni”; così non ti senti adulto fino a 40!

Per l’uomo valo lo stesso?

N” Sai, io sono credente. Oltre alla cosa scientifica, ti dirò, credo che Dio mi abbia scelto femmina come speciale”.

Io non credo, ma Dio ha stranamente lavorato a maglia.

Ok, sono donna.

Con la “d” minuscola.

Perché sono speciale.

Cosa sarà di noi?

Ultimamente si sentorno teorie tra le più disparate: saremo tutti depressi, ci saranno conseguenze emotive, di isolamento sociale, dobbiamo abituarci alla malattia.

Oggi ho vinto 50 euro di buono, formula volo più hotel. Ironia della sorte è il periodo in cui meno si viaggerà nella storia. Per una persona con i “piedi ballerini” come me dovrebbe essere estremamente tragico. Ho mantenuto la prenotazione per la montagna a Giugno in segno di speranza per il futuro.

Secondo me, le mascherino le terremo per un bel po’ anche l’inverno prossimo, ma, forse, tutto questo ci servirà per capire quanta potenza c’è in un’emozione.

Vi siete mai immaginati il momento in cui, dopo l’ennesimo decreto, appare per magia, alla soglia del portone un vostro caro? Il moroso, un nonno o un papà?

Aprite la porta, con il guanto ovviamente.

Miliardi di video chiamate non rendono neanche lontanamente l’idea dello sconvolgimento che potresti avere.

L’imbarazzo totale, come quando, per strada, con uno sconosciuto che viene in senso opposto, vi scansate prima tutti e due in una direzione e poi l’altra. Parte un ridulino stupido e fai quel sorriso cortese. Vi spostate accordandovi sulla direzione, vi salutate e proseguite.

Ecco, io mi immagino quell’imbarazzo lì. Braccia che si allargano, ma faticano un po’ a capire come intrecciarsi. Il tutto iperbolizzato da una scossa elettrica, poiché non è lo sconosciuto della strada.

Forse un domani ci saluteremo meglio. Forse non darò più un solo bacetto stampato sulla guancia ai miei prima di ripartire per il nord. Forse, farò due carezze in più a mia nonna. Forse, diventerò come quelle persone fastidiose che devono toccarti quando ti parlano.

Eppure, in mezzo a tutta questa positività, ci accorgeremo di qualcosa di estremamente terribile. Sì, certamente c’è l’aspetto della fragilità, la nostra impotenza nei confronti della malattia. Uno vale uno, per davvero.

Sarà l’indole da Cancro ascendente Cancro e della fine dell’opposizione di Saturno, ma mi sono resa conto della mia pericolosità. Io sono estremamente pericolosa, per quello che ho dentro e per la prima volta, non nel senso emotivo dell’espressione. Io posso portare allegramente a spasso con me il vettore della tragedia, trasmetterlo a sconosciuti, creare una reazione di eventi concatenati a me senza che io sappia di essere la protagonista. C’è molta tragedia in tutto ciò. C’è che forse ci renderemo conto che non siamo mai stati supereroi, ma i cattivi di un mondo che abbiamo concorso a costruire.

Sta andando tutto bene

Un papà in piena attività di giardinaggio viene richiamato all’attenti. Sono due giorni che questo poveretto pota, taglia e pulisce. E’ un progetto delicato: alla fine della quarantena il suo giardino sarà come la reggia di Versailles.

Un vecchio sfreccia in bici, dotato di mascherina, ne va fiero, è riuscito ad accaparrarsela. Il cane della casa accanto lo vede, abbaia e lo rincorre.

I piatti e le stoviglie di quelli di sotto. Odore di arrosto. Sembra domenica, una normale.

Le campane scandicono il tempo. Nel calendario della cucina abbiamo inziato a mettere le croci ai giorni passiti. La verità è che continua a sembrare una domenica normale.

Non mi trucco da giovedì, penso che ho finito il fondotinta, non voglio acquistarlo.

Voglio andare in centro, salutare le commesse, cullarmi fra mille marchi e modelli: come in una normale domenica.

A forza di lavarmi le mani sto perdendo l’ultimo strato di pelle.

Respiro

Mi hai baciata e quando abbiamo smesso il mondo si è fermato.

Questione di secondi.

Ti guardo dentro, trovo amore, anche se hai detto di non volermi più.

Io non respiravo per paura che qualcosa rovinasse quell’unica speranza di riaverti.

Quante emozioni ci saranno in un secondo?

Vorresti, ma non puoi.

Ti chiedi perché, cosa ti porta sempre da me?

Io aspettavo solo che continuassi.

Hai tolto la mano dal muro e hai ricominciato a camminare.

Come un cane ti ho seguito a orecchie basse.

Forse ho capito male, forse, vuoi solo dirmi addio.

Caffè letterario

Caffè letterario, musica jazz in sottofondo. Io non ci riesco proprio, penso che la gente sia completamente pazza.
Il caffè è quasi vuoto, io sono la novità; io sono quella con il taccuino aperto a buttare giù cose che nessuno leggerà mai.
Una ragazza commenta con l’amica lo scorso esame di letteratura francese. Eccola lì: bicchiere di prosecco e patatine, circa trent’anni come lavoro dà ripetizioni.
Continua la musica e non trovo l’ispirazione, qua tutti blaterano di nullità. Il commento a “I fiori del Male” posso leggermelo da sola.
Ecco che ne entra un’altra.
La proprietaria l’accoglie: “ça va?”
C’è già comunione, c’è conoscenza, c’è simpatia. Io sono ancora estranea. Gli altri mi guardano ogni tanto di soppiatto. Passano al secondo argomento di conversazione: i virus, l’influenza. Borghesi senza essere borghesi.
Nessuno osa chiedermi nulla per non disturbarmi, come fossi, non so, Calvino? La verità è che io scrivo proprio di loro, io le giudico, penso al loro francese inutile alle loro vite banalissime passate al caffè letterario a parlare in francese e di virus.
L’altro ieri mi è capitato quello che consideravo un dramma.
Loro? Il loro problema è un diciotto all’università sorseggiando vino rosso.
Io senza identità come Adriano Meis.
Se adesso mi chiedessero chi sono, potrei potenzialmente rispondere qualunque cosa.
Chi sei? Cosa fa? Ilaria, scrivo di te.
Una signora anziana si è avvicinata a me. Crede che io sia una millennial solo per come tengo la penna. In realtà di millennial ho solo qualche video salvato su tiktok.
E’ tutto così meraviglioso.
Mi hanno rubato il portafoglio. Sì lo ammetto, avevo il mio zainetto bianco, di cui vado estremamente fiera.
Mi hanno rubato il portafoglio e lì avevo tutto.
Sì, tutto! Carta d’identità, patente e circa venti euro.
Non ho più un documento con una mia fotografia. Mai avuto un passaporto.
Vivo in una città dove nessuno mi conosce.
L’altro ieri era un dramma, adesso lo trovo magnifico.
Io sono la millennial che non sa tenere la penna, mi chiamo Francesca e frequento il liceo classico. Ho uno zainetto perché tanto mi hanno già rubato tutto.
La signora non demorde, è curiosa: “Tieni molto male la penna, perché la tieni così?”
Mi viene da ridere. Posso attuare il mio piano. Posso iniziare la mia storia finta o vera, chi lo può sapere?
“Nessuno mi aveva mai giudicato per il modo di tenere la penna!”
“Questo perché a scuola non vi insegnano più niente. Neanche come tenere una penna!”
Rido ancora.
“Perché ridi? E’ molto grave.”
“Perché crede che io frequenti le scuole, solo da una sua rappresentazione.”
La signora se ne va inviperita. Torna al suo tavolo con sua figlia e il compagno. Mi guarda di nascosto, la signora alimenta la bugia, la curiosità.
Adesso anche la figlia si gira, finge di non badare a me.
Si chiedono tutti chi sia la ragazza con la penna in mano piombata nel caffè letterario.
Oggi pomeriggio sono passata dai carabinieri, ho fatto la denuncia. Con la denuncia posso procedere a rifare i documenti, ma all’ufficio anagrafe mi hanno chiesto due testimoni della mia reale identità.
Tutto ciò è magnifico.
Ho bisogno di persone che mi chiamino per nome.
E’ arrivato lo scrittore, quello che alle diciannove farà la presentazione del suo ultimo capolavoro.
Ho preso un caffè e una fetta di torta alle carote.
Anche lo scrittore commenta: “I veri scrittori ordinano il vino!”
Chissà perché la mia presenza dà così tanta noia “questi ragazzi, ormai fissati con cibo e benessere!”
Sono d’accordo, pensiamo al mattino cosa mangiamo alla sera, siamo ossessionati tutti dal cibo. Basta pensare al numero di supermercati, superano le farmacie o gli studi medici!
Inizia la presentazione.
Vado in bagno, un’amica al telefono mi conferma che domani sarà mia testimone. La ringrazio, scarico, esco.
Lo scrittore è attanagliato dalle domande:
“Come le è arrivata l’ispirazione?”
“In quanto tempo l’ha scritto?”
“Quanto c’è di reale?”
“Quanto c’è di finzione?”
“Perché il protagonista è così meschino?”
“Vorrei ringraziarvi per essere qui con me oggi, ma qualcosa entrando in questo bar mi ha incuriosito e vorrei condividerlo con voi, se mi sia permesso.”
“Certo maestro!”
“Vorrei chiedere alla ragazza millennial scrittrice se avesse voglia di aprire a noi quel bel taccuino rosso e renderci partecipi del suo enorme talento.”
Alzo lo sguardo, tutti mi fissano.
La signora della penna è sempre più arrabbiata, non le è chiaro cosa centri in questo posto, la disturbo.
Mi vede come un’invasione dello spazio: il suo.
Chiudo la pagina.
Infilo la penna nello zainetto bianco.
Salgo sul palchetto.

E’ una sensazione strana, poiché sono loro i miei protagonisti, ma io?
“Ciao a tutti, mi chiamo…”